L’Italia inizia a capire perchè in U.S.A. la Polizia spara agli afroamericani

Il 6 ottobre ci sono stati due casi di aggressione a pattuglie di Esercito e Polizia di Stato.

Il primo è accaduto a Napoli dove due militari dell’Esercito in pattuglia a Porta Nolana sono stati aggrediti da un extracomunitario che si era rifiutato di fornire i documenti per il controllo. Come ogni branco che si rispetti è intervenuto un altro centinaio di africani a dar man forte nel tentativo di far fuggire il fermato. L’intervento di altre pattuglie della P.M. e P.S. hanno scongiurato il peggio.

Il secondo caso è avvenuto a Milano, Parco Sempione. Una pattuglia mista tra militari e poliziotti si è trovata coinvolta in una lite con alcuni immigrati. Due senegalesi di 28 e 25 anni sono stati fermati dalle forze dell’ordine. Per evitare che uno dei due uomini strappasse il fucile di mano a un militare, un collega ha sparato due colpi in aria. Un poliziotto ha riportato contusioni alla spalla e al ginocchio, mentre un militare ha un occhio tumefatto.

Sono ancora pochi i casi in cui gli agenti sono costretti a usare le armi da fuoco e spesso sono i primi che ne subiscono le conseguenze riportando ferite anche gravi. In altri casi invece a rimetterci è il comune cittadino aggredito e ucciso dai folli Kabobo di turno o dai lucidi rapinatori ospitati in qualche centro di accoglienza.

La cronaca è piena ogni giorno di casi simili, non ultima la triste storia del Carabiniere costretto a sparare e uccidere un africano che lo aveva accoltellato al viso. La rivolta seguita all’uccisione dell’immigrato, durante la quale gli africani con volto coperto hanno aggredito a sassate le forze dell’ordine ed esposto cartelli al grido di “Italiani razzisti!” e “Fuck Carabinieri!”, ci fa comprendere quali siano le pretese di queste “risorse”: libertà di delinquere e totale impunità. Come osiamo permetterci di difenderci e torcergli anche un solo capello della loro ispida chioma? Non sia mai.

Gli Stati Uniti conoscono bene la tendenza criminale insita nelle persone di origine africana. E sanno anche che sono le persone più dedite all’uso delle armi per commettere i loro crimini.

La differenza rispetto all’Italia è che la Polizia Americana si fa meno scrupoli a difendersi con le armi. Mors tue vita mea. Ovviamente ci sono anche i casi di eccesso che devono essere giustamente puniti, ma quando 40 crimini su 100 vedono coinvolte persone di colore… una certa tendenza a cautelarsi tenendo il dito sul grilletto è ovvio che ci sia.

I dati delle carceri U.S.A.

Sono cittadini americani a tutti gli effetti di 4^ o 5^ generazione e di tempo per integrarsi ne hanno avuto a josa.

Gli afroamericani rappresentano il 13% della popolazione statunitense eppure, secondo l’U.S. Bureau of Justice Statistics che si occupa di stilare i rapporti annuali delle presenze in carcere, nel 2014 gli afroamericani rappresentavano il 38% degli ospiti nelle celle Federali. Ciò significa una tendenza criminale di 5,1 volte superiore a quella dei bianchi.

In 11 Stati degli U.S.A. rappresentano addirittura più del 50% dei detenuti. In Italia, agli inizi del 2014, gli stranieri rappresentavano l’8% della popolazione regolare ma ben il 35% dei carcerati di cui il 46,3% di provenienza africana.

  • negli Stati Uniti per 1 afroamericano su 9, tra i 20 e 34 anni di età, si aprono le porte della prigione.
  • 1 afroamericano su 3 è stato in prigione almeno una volta nella sua vita.
  • il 52,5% degli omicidi vede quale autore un afroamericano (tra il 1980 e il 2008), con una tendenza 8 volte superiore rispetto agli omicidi commessi dai bianchi.
  • il 2013 ha confermato la tendenza con arresti per omicidio nei quali il 52,2% commessi da neri.

La somma dei detenuti di India, Argentina, Canada, Libano, Giappone, Germania, Finlandia, Israele e Inghilterra messi insieme è inferiore al totale dei soli detenuti afroamericani negli U.S.A.

Razzismo? Non credo proprio!

Gli afroamericani sembra siano avvezzi al crimine ma poco avvezzi ai libri. Nel 2012 solo il 52% degli afroamericani aveva conseguito un diploma o una laurea, fermandosi alla scuola dell’obbligo per chi l’aveva frequentata. Orgogliosi delle loro origini, ritengono il sapere e lo studio un elemento da rifiutare, prerogativa dello “stupid white man“.

Sebbene qualcuno possa sollevare la rimostranza che la situazione odierna sia data dalle conseguenze di anni di schiavitù del popolo nero, non si può non ricordare che tale barbara pratica è stata abolita nel 1865, ben 151 anni fa e che il grosso delle deportazioni è durato per 185 anni. Dubitiamo che tra 34 anni, quando il periodo di libertà avrà pareggiato con la schiavitù, il popolo afroamericano si tramuterà tutto in un gruppo di cittadini modello.

Ma lasciando da parte i trascorsi in suolo statunitense, è indubbio che l’Italia non abbia mai praticato la schiavitù e compravendita degli africani così come è indubbio che le “risorse” che occupano il suolo Italico abbiano mai lavorato in campi di cotone con le catene ai piedi. Malgrado ciò riescono a farsi malvolere anche a 8000 km dalla “razzistissima” America, in un paese per nulla prevenuto e con una popolazione priva di qualsiasi pregiudizio. A pensarci bene non viene in mente un solo posto al mondo dove siano i benvenuti. Non sarà, quindi, che il problema stia in loro?

Campagna di sensibilizzazione sul tema della lotta alla discriminazione

Le immagini sopra riportate sono tratte dalla campagna di sensibilizzazione presentata nel 2014 sul tema della lotta alla discriminazione realizzata da Famiglia Cristiana assieme ad Avvenire, alla Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc) e all’agenzia di pubblicità “Armando Testa”, Patrocinata dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica. La campagna aveva il titolo “Anche le parole possono uccidere“, a noi sarebbe piaciuto aggiungere “…ma coi picconi e le bombe si va sul sicuro!

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